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Grande non più d’un acino d’uva Calinè era l’ultima arrivata a BoscoFavaro, ma la sua partico-larità la fece da subito apparire agli occhi delle sorelle come un’intrusa nel mondo fatato.
Dovete sapere che BoscoFavaro è tenuto in vita da piccole creature che la fantasia d’uomo chiama fate. Ebbene ciascuna di loro, come molti di voi avranno udito, viene al mondo con un compito ben preciso: chi disperde le gocce di rugiada sui verdi germogli, chi dipinge pallini neri sui dorsi delle coccinelle, chi invece se ne sta beata all’ombra d’un fiore a centellinare i secondi d’ogni stagione. Ad assegnar loro i prestigiosi poteri e donare le ali che li custodiscono è la voce del vento, che in un turbinio di fanfare deposita dolcemente la neonata creatura sul luogo a lei assegnato.
Sfortuna volle che all’istante della venuta al mondo della piccola Calinè, l’ombra d’una nuvola, invidiosa e stanca d’essere spazzata via di continuo dal soffio del vento, avvolgesse quest’ultimo con le sue tenebre, smorzando la brezza che avrebbe donato le ali alla fatina. Fu così che Calinè, si ritrovò catapultata nel BoscoFavaro inerme e priva d’ogni magia. Triste e spenta del colore fatato, vagava senza meta precisa per il sottobosco, non curante delle mille insidie che le si potevano presentare sul suo cammino. Non tardò, infatti, a far capolino da un cespuglio vicino un vecchio rospo dall’aspetto funesto che con un balzo e qualche gracidio le bloccò il cammino, scrutandola a fondo.
“Cra, cra. Scrrrrrappa da me finché sei in tempo!” urlò minacciosa l’ambigua creatura.
“Perché mai dovrei scappare? Tu non mi stai facendo del male!” ribatté curiosa la piccola fata.
“Ma come è possibile? Che storia è mai questa! Non ti fa paura la mia brutta faccia? Tutte le fate, principesse o sirene, scappano a gambe levate alla mia vista, e questo povero cuore non riesce ad avere il bacio d’amore!”
“Ma che vai gracidando! Cosa se ne fa un rospo d’una principessa? Il cuore non va a cercare il bell’aspetto, ma le pulsioni della bellezza interiore. Guarda laggiù in quello stagno, tra le ninfee e le libellule c’è una rana che aspetta soltanto di trovare il suo principe azzurro. Saltale incontro e sfodera il tuo gracidio più delicato, vedrai che l’amore ha già scritto il tuo nome!”
“Che buffa fatina ho trovato quest’oggi! Ma ti ringrazio e ti devo un favore. Prendi queste note che ho cantato stanotte: un giorno ti serviranno per dar voce al tuo sogno più grande.” E così dicendo, il goffo rospo se ne andò saltellando verso lo stagno. Calinè rimase sorpresa del dono ricevuto, ma proseguì il viaggio alla ricerca del suo posto nel mondo.

Ormai i passi erano tanti e la stanchezza iniziava ad avvolgere la piccola fata, quando d’improvviso un fruscio insistente iniziò a dilagarsi nell’aria. Calinè si guardò intorno alla ricerca della fonte di tale rumore, ma sembrava davvero provenire dal nulla.
“Sono quassù, piccola amica” disse d’un tratto una voce tuonante. Volse lo sguardo verso il cielo la fata e vide l’albero percuotere le sue fronde come pervaso da chissà quale sortilegio.
“Che ti succede legnosa creatura? Cosa ti agita al punto di far cadere le tue rilucenti foglie? “ chiese dubbiosa.
“Non vedi? Questa malerba non mi dà tregua! Mi avvolge il tronco e ricopre i miei rami; ogni giorno che passa mi sento sempre più soffocato, al punto che a volte preferirei essere segato” borbottò sconsolato il malcapitato. Calinè rimase in silenzio a guardare pensierosa l’amico in difficoltà. Poi senza proferir parola, raccolse le poche forze che ancora le restavano e iniziò ad ar-rampicarsi lungo il tronco dell’albero: con una maestria rara e strabiliante cominciò a districare i tentacoli dello sgradito ospite. La sera calò sul BoscoFavaro e anche l’albero cadde preda del si-gnore dei sogni; solo la fata non indugiava ad arrestare il suo lavoro, così che quando il sole tornò a brillare sulle gocce di rugiada addormentate sulle verdi foglie, la malerba era sparita, lasciando al suo posto un tronco forte e brillante.
L’albero si guardò incredulo e contento, cercando con lo sguardo l’autrice di tal prodigio. Già pensava che se ne fosse andata senza lasciar traccia, quando scorse tra i suoi rami pendere un’altalena fatta proprio con la pianta nefasta, sulla quale dondolava assopita la tenera fata. Ri-mase, così, estasiato a fissarla per ore finché la creatura non si destò dalle fatiche della notte.
“Sei un angelo venuto dal cielo” esordì l’albero contento “non riuscirò mai a ripagarti come si deve! Prendi queste mie foglie: in esse sono serbati i colori delle stagioni; un giorno potrai di-pingerci il tuo sogno più grande.
“Che animo nobile è il tuo” disse Calinè “farò tesoro di questo tuo dono; ti auguro di essere te-stimone delle stagioni più belle! Ora, però, devo riprendere il mio cammino. Arrivederci amico legnoso, buona fortuna e salutami il cielo che dalla tua altezza chissà quali poesie ti potrà sussur-rare.” Detto questo la piccola fata sparì tra le foglie del sottobosco.
 

Un altro giorno aveva davanti e tanta era ancora la strada che la separava dal suo destino, ma una luce più accesa adesso l’avvolgeva: era il calore degli amici conosciuti. Ancora il cuore batteva per l’ultimo incontro quando un pianto a singhiozzi urtò le orecchie di Calinè.
“Chi è che si dispera in questa maniera? Fatti vedere e non avere paura, sono qui per darti con-forto” disse la fata senza neppure sapere a chi rivolgesse tali parole di premura.
“Sono una farfalla, o almeno la ero. Adesso più niente mi rende degna di tale nome” esordì in lacrime la creatura, accasciata su un fiore.
“Beh, ma sembri proprio una farfalla in tutto e per tutto. Cosa ti porta ad affermare il contrario?” chiese curiosa la fatina.
“Perché non mi vedi nella mia interezza. Guarda che scempio e che sciagura!” disse l’altra, di-spiegando le ali, “vedi? Sono sbiadite, incolore e prive di luce. Troppo lontana dal sole sono ri-masta: per paura che le mie ali si bruciassero contro i suoi raggi, ho sempre cercato l’ombra e adesso loro mi hanno fatto questo dispetto! Sono tristi e incupite. Sono farfalla solo di nome!” continuò, riprendendo il suo pianto frenetico.
“L’importante non è l’apparire, ma quello che porti nel cuore!” tentò invano di consolarla Calinè “se ti calmi e mi presti ascolto, forse ho la soluzione alla tua pena” e detto ciò, prese le foglie che l’albero le aveva donato.
“Queste me l’ha date un amico a me molto caro, conservano in loro i colori più belli di tutte le stagioni” disse sbriciolando una piccola parte delle foglie e passandole con delicatezza sulle ali della farfalla.
“Ecco fatto! Guardati riflessa su quella goccia!” esclamò soddisfatta Calinè “ora le tue ali hanno i colori della natura e non c’è farfalla a eguagliarti in bellezza. Vorrei averle io delle ali così belle, ma anche più modeste mi andrebbero bene. Purtroppo il destino non è stato benevolo con me, ma non mi scoraggio e sono felice di averti ridonato il sorriso”.
“Sono stata ingenua e presuntuosa a disperarmi tanto, ma tu mi hai aiutato senza chiedermi niente. Prendi questa boccetta: dentro c’è il profumo di tutti i fiori su cui mi sono posata. La conservavo per un giorno speciale e sono fiera di potertela donare” detto questo la farfalla si librò in volo, sprigionando sfumature di colore mai viste prima, che in pochi battiti si andarono a mescolare con la luce del sole.
“Quanta grazia che hanno le creature del mondo, ognuna vestita di un qualche prodigio. Ma una fata senz’ali quale stupore può suscitare in chi la vede? Quale ruolo può avere se non sa il motivo per cui è nata?” pensava Calinè, rimasta sola nel bosco.
“Chi l’ha detto che serve un motivo per venire al mondo? Il solo onore di ricevere in dono una vita dovrebbe bastare per appagare il cuore. Ogni battito, ogni respiro è un diamante che sfavilla alla luce. Se fai il conto di tutti quelli che hai accumulato, scoprirai di possedere ben più di ciò che credi.”
“Ma chi parla, sei ancora tu farfalla amica?” disse spaurita la piccola fata, cercando di contrastare con gli occhi la luce del sole.
“Io sono la farfalla, l’albero, il rospo, sono l’acqua che scorre e il vento che soffia. Sono la lacrima e sono il sorriso, sono la notte che culla le genti e sono il Sole che scalda le menti. Tu che credevi d’essere inutile, sei una delle mie più belle creature. Non dovrei far preferenze, ma voglio premiare il tuo buon cuore. Ogni azione che hai compiuto è stata dettata solo dalla tua volontà; senza uno scopo dici di essere qua, ma guardati addosso: porti i suoni, i colori e i profumi di tutte le anime che hai reso felici! Ti par poco donare la Bellezza agli occhi che più non la vedono? La tua ricerca qui giunge alla fine, continua ad ascoltare la voce del cuore e sono certo che anche tu riuscirai a volare…”
Come la voce smise di parlare, una luce eterea avvolse la fata, che il suolo pian piano iniziò a la-sciare. Due ali splendenti le spuntarono d’improvviso, su cui si riflettevano tutte le meraviglie del creato.
“Prendi questo mio dono e con quello che il tuo cammino ti ha portato, continua ad amare chi non lo sa più fare e mostra la Bellezza ai cuori che si credono senza”.
Ancora oggi si dice che se passate per il BoscoFavaro col cuore malato, inizierete a udire una musica dolce, come un canto notturno: proviene da una piccola bottega coi colori delle stagioni, il cui profumo inebriante di mille e più fiori vi condurrà rapiti da lei. Se gli occhi a quel punto chiuderete, vi sentirete avvolti da una magia inusuale che riaccende i battiti del cuore malato, accarezzato per sempre dalle ali della Bellezza.